Angelo Feggi
Un giorno nella vita

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Titolo Un giorno nella vita
Autore Angelo Feggi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 02/03/2022
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Il quadrante indicava le due meno dieci.
Quella che si stava rivelando come una notte più umida del previsto aveva risvegliato, senza un apparente motivo, Roberto Rossini nel suo letto.
Ancora intorpidito da un’insistente sonnolenza che non ne voleva sapere di abbandonarlo, volse lo sguardo alla finestra che dava su una delle arterie principali della città. Persino nelle ore più quiete e pigre della giornata si potevano udire le voci di gente che si attardava nei bar sparsi un po’ ovunque, il passaggio dei veicoli faceva da perenne sottofondo alle case nei dintorni. La stessa impresa di trasporti, presso la quale Roberto Rossini aveva lavorato in passato, esprimeva il suo più intenso sentore di affari, col suo lento ma costante via vai di camion e montacarichi, proprio nel cuore della notte, la quale dunque non si poteva certo definire abbandonata nel nulla, dal momento che questo nulla veniva ripetutamente colmato dal rumore di mezzi pesanti in movimento e dal vociferare di anime la cui vita prendeva un senso, se così si può dire, solo quando le tenebre calavano sulle vie della città.
Una luna piena d’estate emanava una luce singolarmente debole e malata. Quel poco di bagliore che filtrava dalle fessure delle persiane gettava delle strisce orizzontali gialle in una stanza male addobbata.
Cos’era stato ad averlo svegliato?
Non erano neanche le due e a quell’ora, di solito, Roberto Rossini era piombato nel sonno più profondo già da parecchio tempo. Decise comunque di alzarsi.
Senza neanche chiedersi il perché delle sue azioni, muovendosi quasi come un automa, si trascinò fino al davanzale della finestra, la quale, nelle più afose serate estive, veniva costantemente tenuta aperta, o perlomeno socchiusa, e, combattendo con la fatica dell’improvviso risveglio, diede un’occhiata a quello che stava succedendo là fuori.
Si scoprì incredibilmente stanco, così almeno pensò in un primo tempo, dal momento che ciò che vide era un qualcosa di incomprensibilmente diverso rispetto alla realtà che egli conosceva: tanto per incominciare la strada su cui si affacciava la sua finestra non era a due corsie, ma ad una sola; persino la collina che si ergeva di fronte pareva di dimensioni più contenute; il consueto vociferare notturno gli giungeva maggiormente ovattato, quasi non si sentiva. Era soltanto un’impressione o c’era effettivamente un qualcosa d’insolito in quella nuova realtà fisica ed umana che lo circondava?
Al diavolo! Quanti pensieri per una stanchezza probabilmente avvertita come più pesante di quella che portava con sé ogni sera quando rincasava, dopo una logorante giornata di lavoro. Pensieri vacui che non meritavano un ulteriore approfondimento.
Fu così che Roberto Rossini decise che era meglio tornarsene a letto. Si cacciò fra le lenzuola per ripiombare in un sonno profondo che proseguì ininterrotto fino al suono maledettamente insopportabile della sveglia delle otto.
Una pioggia battente fin dalle prime luci dell’alba aveva annunciato il torpore del nuovo giorno. Come agente ispettore di polizia il lavoro non lo gratificava a sufficienza. La paga non era granché, ma poteva anche andare bene. Le pretese materiali non erano poi così sconsiderate. Aveva in ogni caso sempre avvertito, dentro di sé, quella sottile sensazione, quel piccolo spazio vuoto, leggero, inosservato quasi, che però ti accompagna tutta la vita. O per lo meno fino allora era stato così. Un’impercettibile mancanza di qualcosa, un senso di vuoto sul quale volare. Anzi no. Un vuoto che ti circonda... come l’aria. Naturalmente non era altro che una sensazione. Come quella, a lui familiare, secondo la quale il mondo non è altro che un niente attraversato da un’infinita schiera di ombre, che mal si combinano con la naturale umana aspirazione ad una felicità appagante, ad una eccitazione per un vivere voluto, sempre ricercato, mai raggiunto. Ma le ombre, Rossini pensava, esistono unicamente come proiezione oscura degli incubi che si annidano nella nostra mente. O in quella degli altri. Questa era l’idea che si era costruito, la giustificazione che si era dato, fin da ragazzo. Era sempre riuscito a ridere di tutto questo, un modo come un altro per tenere al guinzaglio queste fantasie un po’ bizzarre, tutte sue. Non sempre vi riusciva, è ovvio, ma considerava quel suo modo di essere una specie di variante colorata, certo anche naïf, ad una vita monotona che lo braccava insidiosamente come un cane da caccia.
Accertato che questi non erano certamente i pensieri migliori per iniziare la nuova giornata, Roberto Rossini si vestì in tutta fretta e uscì, in preda ad un’agitazione incalzante, per godersi al meglio la sua giornata di riposo o tentare almeno di lenire quest’ansia mattutina.
Appena varcata la soglia, si trovò nel dubbio di come occupare le ore successive. Aveva un’intera giornata a disposizione e sapeva che l’unica cosa che avrebbe dovuto fare era quella di andare, non stare fermo.
Girovagò senza una meta precisa, solo per il piacere di non rimanere nello stesso posto, e poté così constatare che le impressioni ricevute la notte precedente non si stavano rivelando per niente fasulle. Dapprima notò con sorpresa che le vie in cui più volte era stato, e che poteva giurare di conoscere bene, esibivano ora un aspetto profondamente diverso rispetto a quello che Roberto Rossini era solito vedere. Lo stesso Corso Marconi, un viale alberato, tipico crocevia e centro vitale per gli affari della città, disvelava un’atmosfera insolita mista a un ché di inquietante. Proprio perché diverso. Dov’erano finiti quei portici che facevano riecheggiare il rumore dei passi perduti di persone senza una meta, un’amara processione cui spesso aveva dato il proprio contributo lui stesso? E dove si erano nascosti i vicoli del porto, quella variopinta ragnatela di viuzze che scendevano fino al mare, al cui posto, adesso, si potevano notare delle strade moderne, ampie, intensamente trafficate? Roberto Rossini prese a chiedersi se stesse sognando o se quelle facciate di palazzi, quelle vie cittadine non fossero realmente cambiate, non costituissero quindi gli elementi materiali di una città diversa, aliena, in cui lui si trovava immerso.
Realtà o delirio? E se la realtà era veramente cambiata, così, d’improvviso, quale spiegazione razionale si sarebbe potuta dare per giustificare un simile mutamento? Ammesso che tutto ciò fosse vero... E se sì, lo era per lui, per la sua fantasia, o per la realtà oggettiva di tutti, valida in quanto universale?
Pur preso in una morsa di affanno, di incredulità che gli toglieva il respiro, continuò a girovagare finché non si ritrovò, quando la luce del giorno stava iniziando a lasciare il posto alle prime ombre della sera, in una stradina in cui mai prima era stato, di fronte ad un cancello che continuò a fissare per interi minuti, come se fosse stato ipnotizzato.
«Guardi che è chiuso.»
Roberto Rossini si voltò.
«E’ chiuso ormai da un pezzo.»
«Come dice, scusi?»
«La ditta Franceschini. E’ chiusa da un’ora.»
«Ma io non sto guardando nessuna ditta.»
«Credevo che stesse guardando il cancello della ditta. La vedevo molto assorta.»
Osservò il cartello sull’inferriata: «DITTA FRANCESCHINI S.R.L. IMPORT-EXPORT».
«Ero solo molto pensieroso. Pensavo...»
«Anch’io pensavo da giovane, e finivo per non comprendere il mondo che mi circondava... Ma il cancello è chiuso... Ne è passato di tempo. Ero giovane allora... E’ strano, finiamo sempre per ripetere gli errori altrui, non trova?»
Quell’ombra parlante con cui Roberto Rossini aveva appena terminato un breve e apparentemente insignificante colloquio si rivelò un vecchietto esile, con le spalle ricurve, che si muoveva leggiadro, quasi scivolando, lungo la stradina che conduceva alla via principale.
Decise comunque di non dargli troppa importanza.
Pur avvertendo un segreto nascosto fra le pieghe di quel laconico discorso, un mistero che intuiva avrebbe potuto essere indirizzato proprio a lui, preferì pensare che era ora di incamminarsi. Erano da poco trascorse le sei e non aveva guadagnato molto da quella giornata che volgeva al termine. In fondo, tutto era stato lasciato come prima. Il fumo che, di primo mattino, aveva preso ad intorpidire i suoi pensieri era ora più denso che mai, e non vedeva all’orizzonte niente in grado di spazzarlo via. Pertanto, guardato un’ultima volta l’orologio, voltò le spalle a quell’insignificante cancello ormai fatiscente e arrugginito, che a qualcuno aveva ricordato i suoi pensieri giovanili (Roberto Rossini sorrise fra sé all’idea che un simile oggetto potesse far emergere ricordi ormai sepolti), e prese ad incamminarsi lungo un viottolo che percorreva per la prima volta, ma che sapeva condurre alla via principale. Non avrebbe allungato molto, e poi non aveva molto da fare. Poteva permettersi di perdere tempo prima di cena.
Già, il tempo.
D’improvviso, il trascorrere dei minuti, o delle ore, o dei secondi, che il genere umano, da non si sa più quanti secoli, ha definito tempo, assumeva un significato diverso per la mente e la coscienza di Roberto Rossini. Il fatto stesso di poter rincasare con qualche minuto - ora - di ritardo, non gli procurava la fastidiosa sensazione di allerta, ovvero agitazione, che sempre, in passato, gli era stata familiare. Non chiarì subito questo cambiamento di percezione. Sì, perché quegli ultimi atti trascorsi a peregrinare così, senza una meta, solo per cercare una risposta che tardava ad arrivare, era stata vissuta senza patema d’animo alcuno. In fondo, se l’oggetto della caccia rimane avvolto in un velo d’incomprensione, ma sappiamo con certezza della sua esistenza, fintanto che il cacciatore instancabile che c’è in noi decide, malgrado tutto, di proseguire il suo compito, penetriamo allora in una dimensione che ha i connotati temporali di un tempo da attraversare, da vivere fino in fondo. Senza mai volgere lo sguardo indietro, percorrendo con impegno ogni centimetro, esplorando ogni angolo oscuro che ci rimane da scoprire, nell’affanno crescente di scoprire la verità che qualcuno, chissà perché o chissà come, ci ha tenuto, per così tanto tempo, nascosta... Non che tutto ciò avesse poi conseguito i suoi frutti: un cancello chiuso ed un omino sputa sentenze non era il migliore risultato che si potesse sperare. Ma qualcosa si stava muovendo, un tarlo si era insinuato nei meandri della sua mente e gli aveva suggerito, forse implorato, di andare alla ricerca della verità, di una spiegazione plausibile. Si era solo svegliato, quella mattina, in una città che manteneva il suo nome e l’intrico delle sue stradine, in cui riecheggiava il dialetto che lui stesso sapeva parlare. Solo, a dispetto dell’apparenza di normalità, vedeva paesaggi, piccoli pezzi di architettura che non aveva mai visto prima. Soltanto, l’amabile e caloroso dialetto cittadino non si accompagnava al volto noto di persone che gli erano state amiche, o semplici conoscenti. Solo, senza un perché, la città aveva assunto una nuova sembianza. E Roberto Rossini le era estraneo.
Nel tornare a casa pensò di fermarsi in un bar per bere qualcosa di forte. Ne sentiva fortemente il bisogno.
Subito non notò nulla di strano, di particolarmente insolito. Alla sua destra, seduti su di una doppia fila di tavolini che oramai avevano fatto il loro tempo, stava un gruppo di clienti, uomini d’affari probabilmente, lo si poteva desumere dagli abiti ben curati e dall’atteggiamento che rivelava quel certo che di eleganza e di alterigia. Avevano sicuramente scelto quel luogo infame in qualità di cornice privilegiata per il loro disquisire di business e di tete-à-tete: non mancavano infatti altri tavolini abbelliti da consumate professioniste della più vetusta, peccaminosa e sensuale arte, e da travet di un mondo arricchito da scintillante denaro del quale avevano scoperto il fine più nascosto e lussurioso. A questi ultimi si potevano ora aggiungere, in audace simbiosi, i business-men di prima.
Nel lato opposto si potevano scorgere i passanti rifugiatisi in un luogo privo di gaiezza forse, ma sufficientemente deputato a sfamare le loro elementari voglie culinarie. Erano per lo più persone dall’apparenza inquieta e irritata. Nervosi e malnutriti, spendevano il loro tempo a guardarsi attorno senza un perché, quasi diffidassero del primo che gli si avvicinava, nel timore improbabile che potesse rivelarsi un killer, straziante parvenza del malefico lato oscuro e perverso che alberga nella follia del più comune essere umano. Sogghignavano di tanto in tanto ai loro pensieri mal riposti, e si poteva scorgere in tutto questo un leggero senso di incomprensione e incertezza sul loro vivere.
In mezzo alle due ali di scolorita e contrapposta umanità, un piccolo varco indicava la via al bancone. Un garzone e un operaio colloquiavano amabilmente sottovoce. L’impercettibilità dei loro discorsi disvelava una sintonia d’intenti e di pensiero che era cosa sconosciuta al resto della folla lì riunita. Due anime profondamente vicine - un unicum immerso in un mare esagitato - mostravano che l’ideale dell’armonia e del sentimento reciproco era possibile, ma raro.
Un tormento non previsto e passeggero percorse l’animo di Roberto Rossini. D’improvviso non capì più perché era lì, né perché perseverasse a rimanere in quel luogo stantio. Mistero? Eccitazione, più che altro. Mista ad una febbrile angoscia dettata dalla curiosità di sapere quello che gli avrebbe rivelato un futuro prossimo di cui ora si sentiva caldamente desideroso.
D’un tratto sentì come un senso di soffocamento, quasi non riuscisse più a respirare.
L’umidità si era fatta più intensa.
Era umidità quella che si era raccolta sulla sua fronte o gocce di sudore...? Paura! Ecco cos’era! Dunque era indubbiamente intimorito. Ma di che cosa, visto che non aveva la minima idea... Aveva timore di quello che poteva scoprire. Negli altri, in quella massa di estranei infelici racchiusi in quel bar, o in se stesso? Lì dentro lui non conosceva nessuno...
Forse, e prima di tutto, era proprio questo il vero problema. Si era semplicemente ritrovato, nelle ultime ventiquattro ore, in una realtà che non riconosceva, certo non dal punto di vista fisico, dato che le strade gli apparivano diverse, come pure i palazzi, ed anche le persone gli erano divenute estranee. Irriconoscibili alieni che popolavano quel pianeta sconosciuto. O era lui sconosciuto a quel pianeta? Avrebbe potuto veramente, in passato, dire di conoscere quelle strade, quei palazzi, gli alberi, le colline intorno, le persone che gli erano più vicine, così almeno aveva pensato, come gli amici più intimi, la sua compagna, i colleghi di lavoro, ma anche i vicini di casa, quelli che abitavano il suo quartiere? L’interrogativo risuonò ripetutamente, in modo sempre più insistente, nel suo cervello.
Doveva uscire da quel locale. Le pareti parevano quasi circondarlo in un crescendo minaccioso. Avrebbe rischiato di soffocare realmente.
Uscì.
In preda ad un panico che ora ben difficilmente poteva controllare, barcollando sulle gambe mal sicure, non vedeva l’ora di essere tornato a casa.
Accelerando il passo, urtando più volte i passanti che incontrava sulla sua strada, diede un’occhiata furtivamente all’orologio. Si era fatto tardi. Il sole si stava avvicinando alla sua ora di riposo, passando il testimone alle tenebre che, seppur con raffinata lentezza, avevano iniziato a stendersi sulla città. La luce gialla dei lampioni gettava un’aura di pazzia per quelle vie in cui la vita si era spenta, nelle quali veniva meno ogni traccia di movimento. Quelle strade e quei vicoli ora urlavano la loro assenza di vita; gli sterminati spazi riempiti da una pochezza di anime in delirio investivano le sue paure, mentre i muri trasudavano angoscia. Non sapeva cosa tutto questo fosse, né da dove le sue visioni (o la realtà) venissero. «Ma dev’essere qualcosa di infame!» rimuginò fra sé.
Era nel frattempo giunto in una piazza desolata. Avrebbe dovuto proseguire oltre avvicinandosi al fiume che attraversa la città dividendo la parte a levante da quella a ponente. Pure in quello spiazzo riempito di vuoto, nell’assenza più assoluta di uomini, donne o ragazzi, il suo lancinante tentativo di capire cosa gli stesse accadendo si perdeva nel nulla. Frattanto, il demone che, quel giorno ormai indimenticabile e che certo avrebbe contrassegnato con un marchio indelebile tutto il resto della sua esistenza, in lui aveva trovato rifugio e chiedeva voce, urlava la sua rabbia, dipingeva i movimenti di Roberto Rossini - ripetuti, senza senso - di un colore opaco, li deprimeva fino all’ossessione, per poi lasciarli cadere, in un baratro senza fondo, inutile, come ora capiva essere stata quasi l’intera sua esistenza.
Il rintocco delle campane di una chiesa vicina gli risvegliarono la necessità, ormai inderogabile, d’interrompere quel suo crescente groviglio di pensieri forse artefatti, forse reali, i quali però, ma che certo non indicavano, né lasciavano trasparire, una via d’uscita.
Semplicemente, doveva levarsi il più presto possibile da quei luoghi e sperare, una volta tornato a casa, se mai vi fosse ritornato, che tutto, presto o tardi, avrebbe assunto le rassicuranti note sembianze di un tempo.
E in effetti si affrettò a rincasare, ma non trovò, in quello che sperava potesse costituire un luogo di riflessione, il clima adatto a produrre pensieri più lucidi e chiarificatori. La nebbia che da ormai molte ore era penetrata nella sua mente, lungi dal diradarsi, manteneva un velo d’irrazionalità sui fatti di quella giornata.
In preda ad un’ansia sempre meno tollerabile, e ad una sete di comprensione che molto difficilmente sarebbe stata soddisfatta, decise che non sarebbe rimasto un minuto di più in quella casa, né tanto meno in quella che una volta, solo ventiquattr’ore prima, era la sua città. Corse quindi in strada e s’incamminò, celermente, quasi correndo, imboccando la direzione opposta a quella dalla quale era venuto qualche minuto prima.
Senza pensare questa volta.
Se ne andò così, col suo dubbio intatto. Incerto se tutto quello che aveva visto fosse stato solo un sogno o pura realtà, mentre il sole, lentamente, moriva alle sue spalle.

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