M. Gisella Catuogno
La sosta di Garibaldi all’Isola d’Elba

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Titolo La sosta di Garibaldi all’Isola d’Elba
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 14/03/2022
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La Repubblica Romana ebbe vita brevissima: proclamata il 9 luglio 1849, sulla scia dei grandi moti rivoluzionari europei, cadde il 4 luglio 1849, inutilmente ed eroicamente difesa dai suoi combattenti – anzitutto Giuseppe Garibaldi – che nulla poterono contro i molti nemici, tra i quali i militari francesi inviati alla testa di Oudinot da Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III, a sostegno del Papa.

Ma la sua costituzione, che rimase in vigore soltanto tre giorni – dall’1 al 4 luglio – è tra i documenti più laici e democratici del tempo e possiede un alto valore ideale e simbolico, comprendendo i principi di suffragio universale, abolizione della pena di morte e libertà di culto. Tanto da aver ispirato la nostra stessa carta costituzionale.

Già dopo la battaglia del 30 giugno, persuaso che ormai era impossibile continuare a resistere, Garibaldi aveva proposto la ritirata da Roma, dicendo: “Dovunque saremo, là sarà Roma”. Lo scopo era infatti quello di “portare l’insurrezione nelle province” dirigendosi verso la parte dello Stato della Chiesa libero dalla presenza francese.

Così, la mattina del 2 luglio, il generale tenne in Piazza San Pietro un discorso, divenuto poi celebre, in cui diceva, tra l’altro: “Chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me. […] Non prometto paghe, non ozi molli, ma acqua e pane quando se ne avrà”. All’appuntamento dato a sera in Piazza San Giovanni, trovò 4000 armati con 800 cavalli e un cannone. Con loro, due ore dopo, uscì da Roma.

Comincia la lunga marcia, passata attraverso l’Umbria, la Val di Chiana e Arezzo: strada facendo, la speranza di veder sollevare le province si affievolisce di giorno in giorno, come una candela destinata a spegnersi, così come cedono le motivazioni dei volontari: le defezioni sono un’emorragia inarrestabile e dei migliaia di uomini riuniti in piazza San Giovanni, ne rimangono poche centinaia. Ormai la meta è Venezia, dove la Repubblica di San Marco, guidata da Daniele Manin, sebbene assediata, tiene ancora testa agli austriaci. Dopo un tragitto attraverso difficili sentieri e un’intricata vegetazione, Garibaldi, al cui fianco è la moglie Anita – incinta del quarto figlio, malgrado i suoi giovani ventotto anni – viene accolto, insieme ai superstiti del suo seguito, dall’ospitalità della Repubblica di San Marino, che concede asilo. Contemporaneamente, con un ordine del giorno, il generale scioglie la compagnia e sottraendosi agli austriaci posizionati intorno al monte Titano, continua la fuga verso Venezia con i fedelissimi e Anita sempre più sofferente. Ai coniugi Garibaldi, i patrioti incontrati lungo il cammino offrono alloggio e aiuto, rischiando personalmente vita e sicurezza, e soprattutto si rivelano preziosi per guidare il generale alla pianura, oltre la fitta macchia di quel territorio. A Cesenatico li raggiunge Giovanni Battista Culiolo, detto Leggero, per il suo fisico asciutto e la sua agilità, che, ferito a Roma era creduto morto. E’ il più garibaldino di tutti e il suo conforto è insostituibile per il generale; intanto la moglie, divorata dalla febbre, sta sempre peggio. Mentre fuggono su pescherecci,  sono costretti dalle cannonate della flotta austriaca a sbarcare sul litorale romagnolo, da cui puntano verso le valli di Comacchio. E qui, a Mandriole di Ravenna, presso una fattoria, dove hanno trovato riparo, la povera Anita spira: è il 4 agosto. Dopo un frettoloso funerale, ben diverso da quello che avrebbe voluto per l’amore della sua vita, Garibaldi e Leggero devono darsi nuovamente alla fuga: sono prima a Forlì e poi finalmente nel Granducato di Toscana, dove ha inizio la rocambolesca avventura che dal 26 agosto al 2 settembre li porterà sul litorale tirrenico per prendere la via del mare puntando sulla Liguria.

Giunto nella zona di Scarlino, il generale viene nascosto nella casa colonica Guelfi. Qui viene organizzato il suo trasferimento: un patriota follonichese, Pietro Giaggioli, detto Giccamo, viene all’Elba per contattare il capitano marittimo Paolo Azzarini, detto Ipsilonne, originario di San Terenzo (Sp), ma abitante a Rio Marina, persuadendolo alla rischiosa impresa. Questi, con i documenti necessari, prende il mare con la sua filuga Madonna dell’Arena e quattro uomini d’equipaggio alla volta di Follonica. E’ il 31 agosto 1849. Nella notte successiva il Giaggioli e l’Azzarini vanno a Casa Guelfi per definire il da farsi. Si decide che Garibaldi, scortato da un gruppo di patrioti di Scarlino e dallo stesso Giaggioli, vada ad aspettare l’Azzarini con la sua barca a Cala Martina.  Verso le h. 10 della mattina Garibaldi e il fido Capitan Leggero vedono avvicinarsi la barca, che bordeggia vicino a terra per non essere vista dai Cavalleggeri Guardacoste. La filuga raggiunge la spiaggia, imbarca i due fuggitivi e prende il largo. Chi a riva saluta sente il generale gridare: “Viva l’Italia!”.

Il levante teso spinge la barca verso l’Elba: Azzarini fa rotta al Cavo e su quella spiaggia Ipsilonne sbarca suo padre e un marinaio di Capoliveri. Il numero dei presenti corrisponde in questo modo a quello previsto dalla patente di sanità. Un pescatore lì residente offre loro “una refezione” sicuramente gradita  – pane, formaggio e vino? zuppa di pesce? – cui segue l’incontro con il sergente d’artiglieria insulare Lorenzo Paoli, addetto al servizio sanitario su quelle coste. Azzarini mostra le carte al sergente che crede o finge di credere alle sue asserzioni, ossia che i due profughi sono merciai ambulanti e li lascia tranquilli. Si procurano pane e vino e sul far della sera ripartono puntando su Capraia e poi su Livorno. I pensieri del generale su quella filuga che scivola sulle onde mentre il cielo ancora estivo si oscura lentamente possiamo solo immaginarli: dolore per la perdita d’Anita e di un figlio che non avrebbe mai conosciuto, sollievo per la fuga che volgeva al termine, attesa di rivedere l’amata Liguria da dove proveniva la sua famiglia prima di trasferirsi a Nizza, progetti per il futuro: l’America, quasi sicuramente. E Leggero? Quali pensieri l’avranno attraversato? La sua vita futura si sarebbe intrecciata ancora con quella del suo eroe? Concedendosi ciascuno qualche ora di riposo se non di sonno arrivano a Livorno a mezzogiorno: Azzarini teme di essere intercettato dal Giglio, il piroscafo della Marina Granducale armato di due cannoni addetto al trasporto di passeggeri e al servizio postale: per questo preferisce sostare davanti al porto dove è ancorata una fregata americana, a cui chiedere asilo in caso di pericolo. Le ore trascorrono lente in attesa del buio: placano i morsi della fame col pane comprato e il pesce salato conservato a bordo, bevono vino del Cavo. “E’ un mangiare magnifico” sembra siano state le parole del generale. A notte alzano la vela in direzione nord: alle h.5 del mattino, l’alba accarezza il promontorio di Portovenere. Per l’eroe dei due mondi e il suo capitano è la salvezza.

 

 

 


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